L'Italia ha una lunga tradizione di rapporti politici, economici e culturali con i Paesi del Corno d'Africa in generale e con l'Etiopia in particolare.
Ciò si è riflettuto nella priorità accordata all'Etiopia nell'allocazione degli aiuti allo sviluppo della Cooperazione Italiana.
Il primo accordo di cooperazione con lo scopo di avviare progetti tra i due Paesi è stato firmato il 5 aprile 1973 tra il Governo italiano e il Governo imperiale d’Etiopia.
Il 24 ottobre 1986 è stato concluso un ulteriore accordo, questa volta con il Dergue , che ha gettato le basi per l’istituzione dell’Ufficio della Cooperazione allo sviluppo all’interno dell’Ambasciata d’Italia di Addis Abeba.
Dagli anni '90, a seguito della caduta del regime militare, l'Italia ha promosso interventi finalizzati alla riduzione della povertà con progetti di sviluppo rurale, sanità e istruzione.
Negli ultimi anni l'Etiopia è stato il Paese maggiormente beneficiato dai fondi della Cooperazione italiana.
Evoluzione degli interventi di cooperazione
Gli anni '70
La Cooperazione italiana era agli inizi, con fondi limitati e una struttura a livello embrionale: gli interventi di aiuto allo sviluppo erano quindi frammentati e carenti di una strategia definita.
In questo periodo, con il colpo di stato del 1974, il governo imperiale di Haile Selassie fu sostituito dal regime marxista-leninista del colonnello Menghistu. L'Italia è stata uno dei pochi Paesi che hanno continuato a cooperare con l'Etiopia del Dergue, che lanciava piani di "villagizzazione" a sostegno delle politiche ufficiali di socialismo agrario.
La creazione di nuovi villaggi per riunire i contadini ha modificato le tradizionali forme di insediamento rurale caratterizzate dalla dispersione dei nuclei abitativi. Inoltre, la collettivizzazione basata su cooperative di produzione e di servizio non riconosceva le tradizionali forme di produzione e commercializzazione, anche se proprio queste davano vitalità al sistema .
Le politiche di sviluppo rurale di Menghistu hanno comportato anche campagne di reinsediamento, portate avanti soprattutto nella seconda metà degli anni '80, in corrispondenza con l'incremento degli aiuti internazionali inviati per la carestia del 1984.
Gli anni '80
Con l'approvazione della prima legge dedicata alla cooperazione allo sviluppo , è stato creato un dipartimento apposito nell'ambito del Ministero Affari esteri e i fondi destinati ai progetti sono aumentati considerevolmente.
In questo periodo l'Italia ha finanziato molti interventi promossi da ONG italiane in Etiopia, nei campi di
Risultati incoraggianti sono stati raggiunti nel settore della salute, tuttavia spesso è accaduto che l'importazione di macchinari dall'estero, ha reso gli interventi poco sostenibili a lungo termine.
Inoltre, il progetto Tana-Beles, eseguito nella seconda metà degli anni '80 con un finanziamento della Cooperazione italiana, ha appoggiato uno dei principali programmi di reinsediamento: nell'area a sud del lago Tana, nel Gojja, sono state insediate 80.000 persone provenienti dalle regioni di Shoa e Wollo.
Il progetto pianificato a tavolino, mirava a creare un surplus agricolo attraverso l'introduzione di trattori e fertilizzanti per lo sviluppo di fattorie meccanizzate. Tuttavia la popolazione reinsediata ha dovuto fronteggiare, oltre alle difficoltà d'integrazione con le popolazioni già presenti sul territorio, anche il nuovo sistema di organizzazione agricola .
Con la legge 49 del 1987 , è stata definita l'organizzazione italiana per la cooperazione allo sviluppo, basata su una Direzione generale cooperazione allo sviluppo, DGCS, e su una Unità tecnica centrale, l'UTC presso il Ministero Affari esteri.
Sulla base della valutazione dei programmi precedentemente realizzati e degli insegnamenti appresi, è stato adottato un nuovo approccio che mira a coinvolgere i beneficiari.
Inoltre, la nuova legge ha associato, al generico obbiettivo di solidarietà tra i popoli, la realizzazione dei diritti fondamentali dell’uomo e ha affermato esplicitamente che: "la cooperazione allo sviluppo deve essere anche finalizzata al miglioramento della condizione femminile e dell’infanzia".
Come si illustra nel successivo paragrafo, la legge 49 ha sancito la priorità di programmi integrati plurisettoriali e di progetti concordati con i Paesi beneficiari su base pluriennale, affermando caratteristiche che si ritengono fondamentali per la sostenibilità nel tempo dei progetti di cooperazione.
Gli anni '90
Agli inizi del 1990, la crisi e la caduta del regime militare etiope hanno portato a un governo di transizione.
Il processo di decentralizzazione amministrativa lanciata dal nuovo governo, ha introdotto nuove variabili negli accordi per i programmi di aiuto, ora negoziati sia a livello centrale che regionale: le regioni sono emerse come nuovi attori nella definizione dei bisogni e nella distribuzione delle risorse.
Inoltre, insieme ai consigli di distretto, iwereda e sheng, sono state ristabilite unità amministrative di base a livello di sotto distretto, chiamate kebelè.
Nel periodo di post-conflitto, seguito all'ottenimento dell'indipendenza da parte dell'Eritrea, la Banca mondiale ha promosso la costituzione di fondi sociali per finanziare micro-progetti nei campi delle infrastrutture sociali ed economiche decentrate.
Tali progetti dovevano essere identificati e realizzati sulla base del coinvolgimento e della partecipazione diretta dei beneficiari.
Tra i programmi di questo tipo, l'Italia ha lanciato RESOURCE, Regional Socio-Economic Rehabilitation of Urban and Rural Communities in Ethiopia, finalizzato a soddisfare i bisogni più urgenti della popolazione, riabilitando i servizi di base, prevalentemente nelle regioni del nord più colpite dalla guerra (Tigray, Wollo).
Specifiche componenti del programma si indirizzavano a gruppi vulnerabili come donne e bambini.
Tra il 1993 e il 1996 le procedure di cooperazione sono migliorate per la diffusione del Project Cycle Management, la creazione di un'unità di valutazione e la maggiore attenzione all'impatto dei progetti.
Tuttavia, con lo scoppio di tangentopoli, i fondi destinati all'aiuto allo sviluppo sono calati determinando il blocco di molti progetti, tra cui quelli in corso in Etiopia.
Il 1997 è stato un anno di svolta nella cooperazione italo - etiope per l'introduzione dell'approccio integrato multi-settorale.
Per quanto riguarda la tutela dei bambini, ciò ha determinato la promozione di selezionati programmi pluriennali destinati a incidere sui diversi settori connessi alla realizzazione dei diritti dell'infanzia come salute, alimentazione, istruzione, formazione e fonti di reddito alternative per i genitori.
La validità dell'approccio integrato è stata riaffermata dalle "Linee Guida della Cooperazione Italiana sulla tematica minorile" adottate nel 1998 .
In quegli anni si è stabilita, presso l'ambasciata italiana ad Addis Abeba, una Unità Tecnica Locale, la UTL della Cooperazione italiana, con il compito di gestire e monitorare i nuovi e più complessi programmi di aiuto.
Con la firma dell'Ethio- Italian Country Programme 1999-2001, la cooperazione italo-etiope ha fatto importanti progressi: il programma di intervento è stato elaborato in stretta collaborazione con il Governo locale ed è quindi basato sulle sue priorità.
Tale innovazione è stata positivamente valutata dal Comitato DAC, Development Assistance Cooperation dell'OECD, Organization Economic Cooperation and Development, insieme all'utilizzo del "Ciclo del Progetto", ad una maggiore trasparenza e al coinvolgimento delle ONG e delle comunità locali nei progetti .
Il 2000
Attualmente, il Programma Paese della Cooperazione allo sviluppo italiana in Etiopia è progettato nell'ambito del Poverty Reduction Strategy Paper , PRSP, lprogramma di riduzione della povertà definito dal Governo Etiope assieme alla Banca mondiae .
La Cooperazione italiana, sta sostenendo il Governo etiope nelle aree di istruzione, salute, HIV/AIDS, tubercolosi e malaria, infrastrutture, settore privato, donne e bambini, sviluppo rurale, sicurezza alimentare, good governance e capacity building .
Il meccanismo di consultazione tra il Governo etiope e i donatori si basa su incontri trimestrali ai più alti livelli rappresentativi.
L'Italia con gli altri Paesi donatori fa parte del Development Assistance Group, che è strutturato in gruppi di lavoro a livello tecnico e ha un Segretariato presso l'UNDP, ovvero United Nations Development Programme.
Nell'ambito dell'intervento per lo sviluppo dell'Italia in l'Etiopia, così come in altri Paesi, negli ultimi anni si sono affermate nuove forme di cooperazione, in particolare la cooperazione decentrata" basata sull'azione degli Enti locali e delle organizzazioni della società civile.
I programmi a favore dell'infanzia
Tra i primi interventi destinati all'infanzia in Etiopia, la Cooperazione italiana progettò a Makallè, nel 1987, in piena guerra di liberazione contro il regime di Menghistu, un intervento di emergenza a favore dei bambini orfani a causa della guerra e della grave siccità che aveva colpito la regione nel 1984.
Si trattava di migliorare le drammatiche condizioni all'interno degli orfanotrofi e di tentare il reinserimento di bambini separati dalle famiglie a causa di esodi, combattimenti e carestie.
L'intervento dovette tuttavia essere interrotto, a causa della guerra, che si avvicinò sempre più a Makallè.
La Cooperazione italiana organizzò quindi l'accoglienza di 3.500 ospiti degli orfanotrofi di Makallè che dovettero fuggire a piedi dal capoluogo del Tigrai verso le città di Bati e Asmara.
Sempre nel 1987, l'Unicef e altri organismi non governativi locali e internazionali, tra cui Save the Children e Radda Barnen, hanno cominciato ad occuparsi dei bambini di strada di Addis Abeba.
Subito dopo la realizzazione di una prima ricerca sugli street children della capitale etiopica, sono stati lanciati progetti destinati a bambini in condizioni particolarmente difficili.
Un progetto che mirava a contattare i bambini e ragazzi sulla strada attraverso un caravan mobile e tre educatori e un intervento che prevedeva attività di formazione professionale per adolescenti di strada e giovani ex prostitute.
Il Programma di reinserimento e prevenzione per i bambini di strada
Nel 1991, con la caduta di Menghistu la guerra finì e si aprì un processo democratico ma il Paese era devastato e i minorenni, spesso orfani e soggetti ad abusi, ne stavano subendo le peggiori conseguenze.
La Cooperazione italiana finanziò il progetto di emergenza a favore di bambini e ragazzi in condizioni particolarmente difficili ad Addis Abeba.
L'intervento mirava al miglioramento delle condizioni di vita dei bambini istituzionalizzati attraverso la riabilitazione delle strutture e il sostegno ad attività di formazione professionale, ma si occupava anche dei bambini di strada, con la costruzione di un locale per attività formative e fornitura di aiuti alimentari e sanitari.
Terminata la fase di emergenza, il progetto è stato riformulato, per raggiungere obiettivi di più ampia portata.
Sono stati analizzati in profondità i bisogni sociali, per trasformare i progetti sui bambini di strada in veri e propri programmi capaci di superare l'aspetto assistenziale.
Così nel 1992 è stato approvato dalla Cooperazione italiana e dalle autorità etiopi il Rehabilitation and Prevention Project for Street Children, finalizzato alla prevenzione e al contrasto dello streetism a livello comunitario.
Il programma è un esempio di intervento multisettoriale, che coinvolge cioè i diversi settori:
Esso riconosce come determinante la pianificazione delle attività seguendo il punto di vista dei bambini, coinvolgendoli nei processi di verifica e valutazione, e tiene anche conto della trasformazione in corso nell'Etiopia del post conflitto: il passaggio da un sistema che vietava l'iniziativa privata a uno che tenta di favorirla.
Per prevenire e contrastare lo streetism e tutelare i bambini a rischio sfruttamento, il programma definisce come principali obiettivi
Il piano operativo per il 1998-1999 del Rehabilitation and Prevention Project for Street Children, ha confermato e rafforzato le metodologie e gli obiettivi della Cooperazione italiana a favore dei bambini in condizioni particolarmente difficili, prevedendo servizi educativi (educazione informale, supporto scolastico per contrastare l'abbandono) assistenza sanitaria, attività ricreative, formazione professionale e piccoli crediti concessi alle famiglie .
Il Programma a sostegno di bambini e adolescenti che vivono in condizioni di vulnerabilità
Il Program in Support of Children and Adolescents living in difficult circumstances, è attualmente operativo nelle due regioni di Addis Abeba e Oromia e le attività pianificate sono messe in opera a livello federale e regionale.
Le aree di intervento sono state selezionate tenendo conto delle condizioni dei beneficiari individuati per quel che riguarda il livello educativo, l'accesso ai servizi sanitari, il numero dei bambini di strada e altri indicatori connessi, e del fatto che non ci siano simili iniziative già avviate e della presenza di personale locale disponibile a collaborare presso gli uffici regionali.
L'iniziativa, lanciata nel 2005, considera la partecipazione comunitaria e la ownership quali prerequisiti essenziali per la riuscita delle attività: è infatti il risultato di un lavoro di identificazione realizzato con il Ministero etiope del Lavoro e degli Affari Sociali (MoLSA) e attribuisce ruolo di partner anche agli uffici del lavoro e degli affari sociali delle regioni di Addis Abeba e Oromia.
La Cooperazione italiana si avvale per il lavoro sul campo, di due Ong radicate nel territorio, COOPI e CISP.
Gli obiettivi sono, da un lato il rafforzamento delle istituzioni e della rete comunitaria per la protezione dei minori in condizioni di disagio, dall'altro il miglioramento della qualità dei servizi per tutelare i bambini soggetti alle peggiori forme di sfruttamento minorile, gli adolescenti in conflitto con la legge e le ragazze indotte alla prostituzione .
Bambini a rischio in Etiopia: tematiche prioritarie e best practices
La diffusa condizione di povertà, che in Etiopia nega alla gran parte della popolazione minorile la realizzazione dei propri diritti fondamentali, è conseguenza delle particolari condizioni sociali, politiche, storiche e economiche del Paese. È quindi in esse che vanno ricercati gli strumenti per proteggere i bambini in situazione di vulnerabilità. Di seguito si riportano le tematiche prioritarie e le best practices individuate attraverso l'analisi dell'impatto di interventi a favore dell'infanzia, realizzati da diverse agenzie di cooperazione internazionale
I bambini di strada
Lo streetism costituisce una delle problematiche più allarmanti in numerose città dei PVS (Paesi in via di sviluppo), per entità del fenomeno e conseguenze. Le vite dei cosiddetti "bambini di strada" e il loro sviluppo psico-sociale, sono continuamente minacciate da rischi e pericoli: nutrizione inadeguata, condizioni ambientali avverse, lavoro prolungato, sfruttamento, abusi fisici e sessuali che portano a gravi rischi sanitari, soprattutto l'infezione da AIDS.
Il fenomeno degli street children è generalmente legato agli esodi di massa e all'urbanizzazione accelerata e caotica, conseguenti a siccità, carestie e guerre. Nei grandi centri urbani, la perdita dei valori e dei sistemi di sostegno tradizionali, la conseguente fragilità delle famiglie e la diffusione di unioni casuali e indesiderate, sono le principali cause dell'abbandono e della violenza sui minori.
In Etiopia l'estrema diffusione del fenomeno dei bambini di strada è anche dovuta al lungo conflitto con l'Eritrea che ha portato alla morte di molti giovani che hanno lasciato un gran numero di bambini senza genitori.
Lo streetism è un fenomeno generato dal concorrere di problemi diversi che è necessario analizzare attentamente per definire una corretta strategia di intervento.
L'impatto sullo streetism, di interventi che hanno come obiettivo unicamente i bambini e che non agiscono sulle altre relazioni micro e macro-sociali, hanno scarso effetto e perdono nel tempo la loro efficacia. È quindi importante intervenire sia con progetti con effetto immediato, perché i bambini non possono aspettare, sia con interventi a medio e lungo termine focalizzati sulla radice dei problemi.
Distinzioni dei "bambini di strada
Allo scopo di individuare azioni idonee alle diverse situazioni, è opportuno distinguere i cosiddetti "bambini di strada", in base ai legami con l'ambiente familiare e scolastico, ai fattori che hanno determinato lo streetism, che possono essere diversi a seconda della regione dalla quale provengono, e alla fase della vita in strada in cui si trovano.
I legami con la struttura familiare e con l'ambiente scolastico, sono la prima variabile che permette di distinguere i bambini di strada:
Si è visto che ad Addis Abeba, negli ultimi anni, sono diminuiti i children of the street, mentre sono aumentati i children on the street: ciò può significare una maggiore opportunità di intervento con progetti di supporto socio-economico a favore delle famiglie stesse.
I fattori all'origine dello streetism (povertà estrema, morte di uno o entrambi i genitori, conflitti familiari) nella stessa Etiopia sono diversi da città a città e le strategie di contrasto dello streetism non possono prescindere da una loro conoscenza approfondita:
La fase della vita in strada è un altro importante elemento da considerare nel contrasto dello streetism: le strategie devono cambiare notevolmente a seconda che il bambino si trovi nei primi passi della vita di strada, oppure che la sua esperienza on/of the street sia consolidata nel tempo.
In generale si può affermare che gli interventi riabilitativi volti a combattere lo streetism dovrebbero essere rivolti a ridurre i fattori di rischio sociale che generano, favoriscono e mantengono il fenomeno.
Inoltre è necessario realizzare una costante protezione (advocacy) dei bambini di strada, da forme di violenza e sfruttamento. Ne consegue che le linee di intervento auspicate per contrastare lo streetism sono azioni complementari volte a:
Bambini con handicap
I bambini disabili, ma anche quelli affetti da patologie curabili, non sono una priorità tra le politiche sociali dell'Etiopia: data l'assenza di strutture sanitarie idonee, il problema viene lasciato solo alle famiglie. Nei contesti in cui le risorse riabilitative e assistenziali sono limitate, non è infrequente che bambini affetti da malattie curabili, come l'epilessia o il diabete, restino senza alcun trattamento farmacologico, mentre i minori affetti da disabilità fisiche (sordità o cecità) o psichiche, rimangono spesso privi di ogni assistenza ed esclusi dalla scuola. Le cure e l'assistenza di cui essi hanno bisogno (centri riabilitativi, protesi, particolari percorsi pedagogici) di rado sono reperibili e mancano operatori socio-sanitari adeguatamente formati per affrontare tali problematiche. Così le famiglie sono portate dalla logica della sopravvivenza a non preoccuparsi dei bambini più sfavoriti. Ciò spinge in questi Paesi all'istituzionalizzazione, anche non necessaria, dei bambini disabili, che spesso compromette la possibilità di un processo riabilitativo, volto all'acquisizione di autonomia e abilità.
Esperienze condotte in diversi Paesi mostrano che, limitare gli interventi all'offerta di migliori opportunità educative a bambini svantaggiati, senza un miglioramento generale delle loro condizioni di vita, può avere anche effetti perversi. È necessario, quindi, operare su più fronti, in particolare sostenendo fortemente la famiglia e coinvolgendo la comunità e i vicini.
Come appreso da varie esperienze realizzate nell'Africa Subsahriana, gli interventi necessari per realizzare processi riabilitativi a favore di minori con handicap sono, nel giusto equilibrio, sono:
Bambini soli, orfani e abbandonati
Tutti gli studi sull'argomento confermano che i bambini soli (unaccompanied) sono particolarmente vulnerabili, soprattutto nel caso dei profughi: mancano di cure adeguate del controllo degli adulti per lunghi periodi e vivono in condizioni igieniche disastrose. Ciò spiega gli alti tassi di mortalità riscontrati in questi bambini.
In Etiopia non è facile definire il numero di istituti che accolgono i bambini soli, orfani e abbandonati e, di conseguenza, non è possibile determinarne il numero di ospiti.
Possono invece essere evidenziate alcune loro caratteristiche.
Ricerche effettuate negli anni passati, hanno messo in luce che molti degli bambini soli erano orfani della guerra con l'Eritrea o abbandonati in seguito alla grande carestia e agli esodi degli anni ottanta. In questi casi, la maggior parte degli ospiti degli istituti ha comunque un genitore sopravvissuto. Molti dei ragazzi che vivono negli orfanotrofi, inoltre sono maggiorenni, anche perché i bambini più piccoli vengono presto presi a carico dalle agenzie per le adozioni internazionali. Nella fascia di età tra i 0 e i 5 anni, rimangono negli istituti i bambini più sfortunati, in particolare quelli abbandonati dalle madri perché affetti da HIV.
Le condizioni che rendono un bambino unaccompanied, sono riconducibili, secondo una definizione stabilita dall'UNICEF, a due categorie fondamentali, volontarie e involontarie.
I meccanismi spontanei che tradizionalmente intervengono a sostegno dei bambini rimasti soli perché orfani o abbandonati spesso non si attivano a causa di guerre o carestie.
Sono in corso in Etiopia mutamenti culturali che stanno riducendo la capacità vicaria della famiglia allargata, di prendersi cura di bambini orfani e soli . Il grado di tenuta di una struttura familiare in ambito urbano è molto inferiore a quello di un nucleo in contesto rurale.
Risulta quindi di fondamentale importanza: