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Profilo storico

La Cambogia, ex protettorato francese nel quale fu incorporato nel 1887, dichiarò la propria indipendenza nel 1953 a seguito di lunghe negoziazioni. La sovranità della Cambogia venne internazionalmente riconosciuta il 21 luglio 1954 alla Conferenza di Ginevra.

Nel marzo del 1955 il re Norodom Sihanouk abdicò a favore del vecchio padre Norodom Suramarit, per organizzare un nuovo movimento politico popolare, il Sangkum (partito della comunità socialista popolare, ispirato a valori socialisti e neutralisti). Nel settembre dello stesso anno, alle elezioni dell’Assemblea Nazionale il Sangkum ottenne l’85% dei consensi e la totalità dei seggi. Per salvaguardare l’indipendenza del Paese, il principe Sihanouk divenne uno dei 5 fondatori, del Movimento dei Non Allineati e se ne fece promotore .

Il viaggio in Cina nel febbraio del 1956 del Principe (che portò la Cambogia ad essere, nel 1958, la prima nazione non comunista a beneficiare di aiuti dalla Cina) e l’istituzione di relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica (guardate con sospetto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) che segnarono, a livello internazionale, una svolta verso il comunismo, ma allo stesso tempo, coincisero con un inasprimento della repressione del comunismo in Cambogia. L’azione di repressione fu indirizzata verso il Partito Pracheachon, che il principe sempre più additò come una forza comunista e antidemocratica; per questa ragione, all’interno dello stesso Pracheachon, si stava intanto creando un’organizzazione segreta.

L’attività clandestina di quello che, nel 1960, divenne il PCL (Partito Cambogiano del Lavoro), andava definendo il proprio programma in modo convenzionale per un partito di ispirazione marxista leninista: «nazionalizzare i mezzi principali di produzione [….] realizzare la dittatura democratica del popolo [….] per costruire in seguito un sistema socialista regolarmente definito sulla base dello slogan "Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno in base al suo lavoro" sotto la dittatura del proletariato, allo scopo di avanzare verso il comunismo» .(PP 186) Il PCL delineò una linea politica indipendente che evidenziava la necessità di scegliere tra due forme di lotta (i mezzi pacifici e la lotta armata) con l’unico obiettivo di garantire una piena indipendenza alla nazione.

La lotta nei confronti del movimento comunista interno si fece via via più serrata. Anche i vietnamiti, considerarti eterni sospetti, furono perseguitati. Nella primavera del 1960, oltre duemila persone erano detenute in un campo di concentramento alla periferia della capitale.

Nello stesso anno, con la morte del re Norodom Suramarit, si fece più chiara la realtà di quella che era una vera e propria dittatura personale del principe che, approvando in tutta fretta un emendamento costituzionale, lo rendeva capo dello Stato a vita.

Nel febbraio del 1962 Sihanouk sferrò una feroce offensiva contro il Pracheachon e contro il suo giornale; il leader Nuom Suon ed il direttore del giornale furono arrestati e condannati a morte; nel luglio dello stesso anno l’arresto e l’uccisione di Tou Samouth, segretario del partito comunista, mise fine al tentativo comunista di operare in modo legale in Cambogia.

Quest’ultimo fatto segnò un momento importante per il futuro del partito comunista. Il terzo uomo dell’organizzazione, Saloth Sâr, fu nominato nuovo segretario ad interim. Saloth Sâr avrebbe preso, durante il Regime dei Khmer Rossi di cui sarà a capo, il nome di Pol Pot, il fratello n.1.

Nel 1963 il movimento prese il nome di Partito della Kampuchea dei Lavoratori (PKL).

L’atteggiamento del principe rimase lo stesso; dopo aver trascorso alcune settimane in Cina, lodando lo spirito comunista della nazione, tornò in patria affermando che in Cambogia non v’era spazio per i comunisti ed intensificò la repressione interna. Ciò indusse i comunisti cambogiani ad entrare definitivamente in clandestinità, a costituire la propria base e a riorganizzarsi nelle campagne (ripercorrendo le stesse modalità adottate nel 1933 dal Politburo cinese abbandonando Shangai e dai vietnamiti nel 1946 quando lasciarono Hanoi). Le relazioni con il Partito Vietnamita dei Lavoratoti (PVL) presero ad intensificarsi.

A partire da questo momento il Comitato Centrale del Partito della Kampuchea dei lavoratori iniziò il proprio percorso verso una identità comunista Khmer.

A livello internazionale la definitiva rottura delle relazioni internazionali con la Thailandia nel 1961 (per questioni territoriali) e con il Vietnam del Sud nel 1963 (Sihanouk accusava il Governo del Vietnam del Sud di volerlo eliminare per la sua presunta tolleranza dell’attività dei Viet Minh in territorio cambogiano) provocò la rottura, senza possibilità di porvi rimedio, delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Cambogia.

Gli Stati Uniti non potevano tollerare né che la Cambogia fosse un paese non allineato, né i legami che Sihanouk andava rafforzando con la Cina ed il Vietnam del Nord. Ciò si tradusse in una serie di azioni condotte dalla CIA, volte ad eliminare Sihanouk per sostituirlo con "qualcuno più gradito".

Le relazioni diplomatiche tra le due nazioni vennero definitivamente interrotte nel maggio del 1965.

Nello stesso anno, i bombardamenti americani sul Vietnam del Nord si intensificarono. In questo periodo Saloth Sâr fece due importanti viaggi in Cina ed in Vietnam prendendo contatto con i partiti comunisti di entrambe le nazioni. Saloth Sâr assodata la chiara vicinanza del proprio programma politico a quello cinese, si allontanò dai comunisti vietnamiti, in un delicato gioco delle parti che divenne via via più concreto ma mai esplicito. Saloth Sâr pensava che questi avessero l’unico intento di creare una Federazione Indocinese di cui il Vietnam sarebbe stato leader indiscusso.

Nell’ottobre del 1966, il summit del Comitato Centrale del PKL, che seguì a questi incontri ed alla nuova presa di coscienza dei comunisti cambogiani, portò tre decisioni fondamentali per il futuro del movimento: il nome del partito fu nuovamente cambiato e fu ribattezzato Partito comunista della Kampuchea (il nome fu tenuto segreto); l’ufficio centrale del movimento (fino ad allora situato a ridosso dei confini del Vietnam per le strette relazioni che intercorrevano con i quadri del PVL) fu spostato nell’estremo nord-est del Paese, adducendo la scusa della necessità di una località più sicura; fu infine deciso che ogni Comitato di zona del Partito iniziasse i preparativi per dar vita ad una lotta armata nelle aree rurali.

Già nell’estate del 1966, la mossa a sorpresa del Principe Sihanouk di indire elezioni parlamentari senza, per la prima volta, decidere personalmente i candidati, portò ad una libera scelta della nuova Assemblea del Primo Ministro. Lon Nol, già capo delle forze armate cambogiane, fu eletto premier spostando a destra i pesi dell’azione di governo. Per i comunisti fu questo momento fondamentale, in quanto Lon Nol era stato il vero protagonista dell’azione repressiva anti-comunista voluta dal principe.

Nel 1967, il Governo cambogiano esercitò forti pressioni per l’acquisto diretto del riso nelle campagne del Paese, imponendo un prezzo decisamente inferiore a quello che offrivano i commercianti cinesi che lavoravano per conto dei viet cong. Si crearono così forti tensioni tra contadini e Governo centrale, che sfociarono in scontri nelle zone al confine con la Thailandia. Per il Partito Comunista della Kampuchea questi eventi ebbero una grande portata, anche se di fatto non potevano ancora essere sfruttate nel migliore dei modi da un partito non ancora ben strutturato.

Per il Principe Sihanouk era però intollerabile che quelli che lui stesso definiva i suoi figli (i contadini cambogiani) potessero rivoltarsi contro di lui. Pertanto diramò una versione ufficiale che sosteneva che erano stati i membri più "a sinistra" del Sangkum a fomentare tali disordini. La successiva sparizione di tre deputati, considerati i principali responsabili, creò un grosso imbarazzo al Governo di Lon Nol, che si dimise alla fine di aprile. La situazione non mutò in modo significativo.

Nel dicembre del 1967 il Partito Comunista della Kampuchea aveva completato i piani per una sollevazione nazionale.

In effetti alla fine del 1968, in 12 delle 19 province della Cambogia, si verificarono azioni di guerriglia condotte dai ribelli. Tali eventi coincisero con un significativo deterioramento dei rapporti diplomatici tra Cambogia e Cina che Sihanouk accusò apertamente di rappresentare la quinta colonna dei khmer rossi. Questi si distinguevano ormai per l’ideologia che fondeva le teorie marxiste leniniste con una difesa dell’etnia khmer.

Gli Stati Uniti d’America chiesero un maggior impegno della Cambogia alla chiusura dei santuari dei viet cong nel Paese. Il principe si ritrovò davanti ad un dilemma senza soluzione; era da sempre convinto della vittoria del Fronte di Liberazione Nazionale del Vietnam e della necessità di accumulare crediti politici presso i futuri vincitori, ma era adesso chiamato a dare delle risposte al governo di Washington.

Fu nel marzo 1969 che il Presidente americano Nixon decise di iniziare, in segreto, una massiccia azione di bombardamento dei rifugi inviolabili dei viet cong in territorio cambogiano. Il radicalismo di destra condannò quella che da sempre fu la politica di allontanamento di Sihanouk dagli Stati Uniti. Il principe non poteva più contare su una rappresentanza dell’ala sinistra nel Sangkum e comprese, quindi, di essere stato l’artefice del suo stesso isolamento politico.

La vera novità era però drammaticamente rappresentata dal fatto che il Paese si ritrovava ormai coinvolto in un conflitto dal quale aveva lungamente provato a tenersi fuori.

L’anno 1970 fu un anno fondamentale per il futuro della Cambogia.

Sotto la spinta del riavvicinamento a Washington furono organizzate violente proteste contro il Vietnam del Nord la cui ambasciata insieme a quella Governo Rivoluzionario Provvisorio del Sud Vietnam fu devastata da una folla inferocita. Sihanouk, in visita di stato a Parigi, nel tentativo di mantenere un delicato equilibrio, condannò le azioni ma fornì il pretesto al Governo di Lon Nol (che nel frattempo era stato nuovamente nominato Primo ministro) di giustificare un riequilibrio delle forze politiche cambogiane. 

Di fatto la condanna era stata più o meno pretestuosamente interpretata come una precisa accusa del principe nei confronti del Governo cambogiano (che nonostante le scuse ufficiali presentate al personale diplomatico vietnamita, aveva fomentato gli attacchi alle ambasciate). 
La situazione precipitò al punto che, approfittando del trasferimento di Sihanouk da Parigi a Mosca, il 18 marzo del 1970 Lon Nol chiese all’Assemblea Nazionale di votare la sfiducia al Capo di Stato, principe Sihanouk: novantanove deputati su 100 votarono la sfiducia.

Sihanouk, su invito del premier cinese Ciu Enlai accettò l’offerta di ospitalità del Governo cinese.
A Pechino, in un incontro con il primo ministro del Vietnam del Nord, Sihanouk accettò di sostenere la causa dei khmer rossi che rappresentavano l’unica possibile opposizione interna al colpo di Stato di Lon Nol. Il 23 marzo del 1970, in seguito alla dichiarazione della costituzione del Fronte Unito Nazionale della Kampuchea (FUNK), Sihanouk chiedeva a tutti i cambogiani di fare una scelta di campo a favore del nuovo governo in esilio, denominato GRUNC (Governo Reale di Unione Nazionale della Cambogia).

Saloth Sâr diramò un comunicato con il quale i Khmer rossi dichiaravano di sostenere il FUNK. Con abile scelta strategica, i firmatari del comunicato erano proprio i tre deputati del Sangkum, misteriosamente scomparsi al tempo dei primi disordini nella campagne vietnamite e molto stimati dalla più parte della popolazione.

Intanto i vietnamiti avevano preparato i piani per un’offensiva contro le forze di Lon Nol. Il 29 marzo, oltre 40.000 viet cong e soldati nord vietnamiti sferrarono attacchi contro le posizioni governative . L’attacco sferrato dalle truppe regolari americane in appoggio all’esercito di Lon Nol, sortì un unico risultato: i vietnamiti comunisti furono sparpagliati in tutto il territorio cambogiano. Ciò costituiva un grave problema per il governo cambogiano ma anche per i ribelli khmer rossi che puntavano ad una guerra cambogiana e non ad una guerra lampo.

Il governo cambogiano effettuò rappresaglie violentissime contro la popolazione vietnamita residente in Cambogia, inducendo le truppe del Vietnam del Sud (alleate di Lon Nol) ad un analogo comportamento. Il terreno era sempre più fertile per il Partito Comunista della Kampuchea che reclutava persone sempre più ostili al governo cambogiano. La situazione si inasprì quando, ad aprile, Lon Nol abolì la monarchia. Nonostante tutto la popolazione cambogiana continuava a vedere nel principe il loro reggitore supremo . Fu nel luglio di quell’anno che Saloth Sâr pres il nome di Pol Pot.

Tra il 1970 ed il 1975 la situazione si fece via via più drammatica.

Le forze ribelli dei Khmer rossi intensificarono le azioni di guerriglia in tutta la Cambogia. Il Governo cambogiano poteva contare sul sostegno degli americani che per proteggere le città ancora in mano ai governativi sganciarono dai bombardieri B-52 sul Paese tre volte il tonnellaggio complessivo sganciato sul Giappone durante la seconda guerra mondiale, atomiche comprese. Centinaia di migliaia di profughi dalle campagne si rifugiarono a Phnom Penh.

La città, che contava 650.000 residenti, arrivò a contarne alla fine dell’anno più di un milione, fino ad arrivare a due milioni e mezzo nel 1975. Phnom Pneh divenne una enorme bidonville abbandonando l’antico splendore che l’aveva resa una delle più belle ed affascinanti città asiatiche. 
Ciò favorì sempre più il reclutamento nelle campagne dei contadini, esasperati e terrorizzati dai continui bombardamenti. In quel periodo il prezzo dei generi alimentari crebbe in maniera incontrollata: il prezzo del riso, nel 1973 costava sette volte di più che nel 1970 . Il governo cambogiano dipendeva ormai dagli Stati Uniti: il budget dello Stato, gli armamenti, le forniture alimentari, la stessa politica di Lon Nol.

Sotto pressione dell’opinione pubblica statunitense, il 15 agosto del 1973 il Senato americano fermò i bombardamenti sulla Cambogia.

Alle truppe governative fu impartito l’ordine di ritirarsi da tutte le postazioni periferiche per concentrarsi sulla difesa della capitale. Nel 1973 Phnom Penh rimase di fatto isolata; tutte le principali arterie di comunicazione da e verso la città erano controllate dai ribelli, così come le arterie fluviali attraverso le quali, fino a poco tempo prima, arrivava parte degli approvvigionamenti alimentari e bellici forniti dagli Stati Uniti.

Il Comitato centrale dei khmer rossi stava intanto effettuando alcune scelte che avrebbero segnato il cammino politico fino alla presa del potere nell’aprile del 1975: mentre all’inizio i guerriglieri khmer rossi erano apprezzati dalla popolazione locale per la loro gentilezza, il loro atteggiamento si fece sempre più rigido. 
Nelle zone liberate veniva diffuso il concetto di Angkar, l’"Organizzazione" che tutto presiedeva e decideva. I nomi dei quadri Khmer ed il nome di Partito Comunista della Kampuchea continuavano ad essere tenuti segreti. 

I khmer rossi iniziarono a requisire tutti i mezzi di trasporto privati. «L’obiettivo principale, anche se non dichiarato, della politica dei khmer rossi a partire dal 1972 era di rinnovare l’intera società cambogiana sul modello di questa autentica vita autoctona contadina, non contaminata dal mondo esterno» . Fu decisa la divisa rivoluzionaria che doveva essere indossata da tutti i cambogiani delle zone liberate: fu scelto l’abito nero dei contadini, la krama (tipica sciarpa cambogiana) a scacchi bianchi e rossi al collo e sandali ritagliati da vecchi copertoni di automobile; gli uomini avrebbero indossato un berretto alla cinese mentre alle donne fu imposto un severo taglio corto, sullo stile di quello maschile.

Re Sihanouk, ancora in esilio a Pechino, continuava ad essere il leader del Funk ma non aveva alcun contatto diretto con il Comitato centrale dei khmer rossi. Era sempre più consapevole della sua assoluta impotenza, come aveva dichiarato al New York Times nel 1973: «Mi sputeranno fuori come un nocciolo di ciliegia appena avranno vinto» .

I khmer rossi, timorosi di un possibile abbandono della loro causa da parte del principe invitarono lo stesso insieme alla moglie Monique a visitare le zone liberate. La strategia dei khmer di evitare al principe ogni contatto con la popolazione locale rafforzò nello stesso il timore ed i dubbi nei confronti della guerriglia e dei suoi quadri. La sua idea di dimettersi fu però ampiamente osteggiata dal governo cinese che riuscì a dissuaderlo.

La radicalizzazione della rivoluzione cambogiana stava sempre più rafforzandosi. Molti contadini delle zone librate furono deportati in massa in zone remote del Paese, con il pretesto di proteggere le popolazioni dai bombardamenti americani. In realtà si stava attuando una collettivizzazione forzata. Il commercio privato, così come la proprietà, cominciarono ad essere fortemente scoraggiate. Vi furono fughe di massa dai territori liberati a causa delle nuove durissime condizioni di vita imposte dai khmer rossi. Nel 1974 Pol Pot definì tre aspetti fondamentali della politica rivoluzionaria.

Per prima cosa le città dovevano essere completamente svuotate per consentire agli abitanti di potersi riforgiare secondo lo spirito contadino e ricollegarsi alle autentiche radici khmer; si decise, inoltre, di abolire la moneta e di passare al sistema di baratto; una volta che il Paese fosse stato sotto il pieno controllo dei khmer rossi, sarebbe stata coniata la nuova moneta rivoluzionaria. In ultimo andava affrontato il problema della coesione delle forze rivoluzionarie per garantire l’unità del partito; una serie di quadri invisi al Comitato centrale furono destituiti ed iniziò una prima contenuta opera di epurazione all’interno dello stesso.

Contemporaneamente, anche sul versante internazionale, i khmer rossi stavano guadagnando terreno: il GRUNC fu riconosciuto da 63 nazioni ed il governo di Lon Nol mantenne il proprio seggio alle Nazioni Unite per soli due voti .

Nel marzo del 1975 i francesi furono evacuati da Phnom Penh ed il 14 aprile tutti gli americani, compreso l’intero corpo diplomatico, seguirono la stessa sorte.

Il 17 aprile 1975 i khmer rossi entrarono a Phnom Penh. La guerra era finita ed una folla di oltre due milioni di persone attendeva, i rivoluzionari che per anni era rimasto confinato nella campagne ed era avvolto dal mistero.

Il desiderio era quello di lasciarsi alle spalle cinque anni di guerra civile e oltre mezzo milione di morti.

A Phnom Penh fu subito organizzato un Comitato per l’eliminazione dei nemici che furono inizialmente identificati tra gli esponenti dell’ultimo governo, ma che presto fu estesa anche a politici, alti funzionari della polizia e dell’esercito. Oltre mille persone furono giustiziate e gettate in fosse comuni lungo la strada per l’aeroporto.

La seconda e, forse più drammatica decisione, riguardò la deportazione di massa dell’intera popolazione nelle campagne; si diede attuazione al primo punto della politica di Pol Pot. 
Tutti gli abitanti di Phnom Penh furono costretti ad abbandonare le loro case. In brevissimo tempo tutte le strade che portavano fuori dalla capitale furono invase da un’immensa folla di persone. L’evacuazione di Phnom Penh dimostrò da subito un significativo grado di approssimazione nelle strategie dei khmer rossi. Fu il caos totale.

« Aprile è il mese più caldo in Cambogia. La terra suda sotto un sole a piombo mentre uomini ed animali aspettano l’arrivo della pioggia. In cinque giorni il grosso di quel corteo percorse soltanto tredici chilometri […] Gli ospedali furono sgombrati. Quando Phnom Penh cadde, si calcola che negli ospedali cittadini ci fossero da quindici a ventimila ricoverati. » ; circa ventimila persone persero la vita durante l’evacuazione della capitale.

Il giorno 17 aprile 1975 divenne il Giorno Uno per il nuovo regime dei khmer rossi ha dimostrazione di una nuova era per il Paese (il 5 gennaio 1976 la Cambogia fu ribattezzata Kampuchea democratica e fu promulgata una nuova costituzione).

Una volta raggiunto il villaggio cui erano stati destinati, i profughi di Phnom Penh dovettero superare un’ultima prova. Tutta la popolazione adulta dovette scrivere o dettare la propria breve autobiografia. Era la tecnica che il nuovo regime (ripercorrendo analoghe modalità utilizzate dal Partito Comunista Cinese negli anni Trenta e dai viet minh tra gli anni Quaranta e Cinquanta) aveva stabilito per la riclassificazione della popolazione in tre gruppi: i membri di pieno diritto, i candidati ed i deposti. «I primi, di solito i contadini delle classi più povere e medie, avevano diritto alla razione completa, a ricoprire incarichi politici nelle cooperative, a entrare nell’esercito e a chiedere l’iscrizione al Partito. I candidati venivano subito dopo per quanto riguarda le razioni e potevano ricoprire incarichi amministrativi di secondo piano. I deposti erano gli ultimi dell’elenco delle distribuzioni, i primi in quello delle esecuzioni e non avevano diritti politici» .

Va precisato che, a seconda dei quadri delle diverse zone del Paese, la condizione delle persone appartenenti ai tre diversi status poteva essere molto diversa. Ogni quadro aveva una sua interpretazione del programma politico; vivere in una zona del Paese piuttosto che in un’altra poteva significare sopravvivere o meno, a prescindere dalla nuova "appartenenza sociale".

Il Paese fu chiuso ad ogni ingerenza esterna. Nessuno straniero poteva entrare nel Paese. I collegamenti internazionali furono soppressi a tutti i livelli. La Cambogia doveva diventare uno stato autarchico e contare esclusivamente sulle proprie risorse.

Il Paese si trasformò, per la popolazione cambogiana, in una prigione senza sbarre in cui «come veri schiavi, gli abitanti della Cambogia di Pol furono privati di ogni controllo sul proprio destino, non potevano decidere cosa mangiare, quando dormire, dove abitare e nemmeno chi sposare.»

Per dare un’idea di cosa significasse per il Comitato centrale del Partito Comunista della Kampuchea "cambiare mentalità" riportiamo di seguito la testimonianza di un ex quadro khmer rosso che partecipò ad un seminario tenuto da Kieu Samphân, uno dei massimi dirigenti del Partito che nell’aprile del 1976 divenne capo di stato: «Come si fa una rivoluzione comunista? [ci chiese?]. Prima di tutto devi distruggere la proprietà privata. Ma la proprietà privata esiste sia sul piano materiale sia su quello mentale […]. Per distruggere la proprietà privata materiale, il metodo giusto era lo sgombero delle città […]. Ma la proprietà privata individuale è più pericolosa , comprende tutto quanto tu pensi che sia "tuo", tutto quanto pensi esista in relazione a te stesso – i tuoi genitori, la tua famiglia tua moglie. Tutto quanto definisci "mio" […] è proprietà privata spirituale. Pensare in termini di "me" e di "mio" è proibito. Se dici "mia moglie", sbagli. Dovresti dire "la nostra famiglia" […]. La nazione cambogiana è la nostra grande famiglia […]. Ecco perché siete separati: gli uomini con gli uomini, le donne con le donne, i bambini con i bambini. Siete tutti sotto la protezione di Angkar. Ciascuno di noi uomo, donna bambino, è un elemento della nazione […]. Noi siamo i figli di Angkar, l’uomo di Angkar, la donna di Angkar. Anche le conoscenze che avete in testa, le vostre idee, sono proprietà privata. Per diventare veri rivoluzionari dovete […] lavarvi il cervello finché sarà pulito. Quelle conoscenze vengono dagli insegnamenti dei colonialisti e degli imperialisti […] e vanno distrutte.

[…]

Se riusciremo a distruggere tutte le proprietà private materiali e mentali […] le persone saranno uguali. Nel momento in cui si permette la proprietà privata una persona avrà qualcosa di più, un’altra qualcosa di meno e a questo punto non sono più uguali. Ma se voi avete niente – zero per lui e zero per te – quella è la vera uguaglianza […]. Se vi permettete anche una minima proprietà privata, non siete più un tutto unico e non è comunismo.» .

Sul piano politico economico le inefficienze del nuovo gruppo dirigente vennero presto alla luce. Già alla fine del primo anno, la deportazione sommaria nelle zone agricole del Paese creò scompensi alimentari che causarono la morte di decine di migliaia di persone. La redistribuzione della popolazione, che avrebbe dovuto alleviarne le pene, si rivelò strategicamente inefficacie. Molte persone furono deportate per contribuire alla produzione agricola delle zone che avevano prodotto meno derrate, creando una situazione disastrosa: mandare i più forti ed i meglio nutriti in zone dove non vi erano derrate neanche per i residenti, allargò il numero di persone che non avevano accesso al cibo.

La politica agricola di Pol Pot fu talmente fallimentare da causare in meno di quattro anni la morte di circa un milione di persone.

La politica di incremento demografico fallì per le drammatiche condizioni di malnutrizione in cui versava la popolazione, che portarono a gravi problemi di sterilità.

Nel settembre del 1975 il principe Sihanouk rientrò a Phnom Penh ma nel breve volgere di un mese si rese conto della disastrosa situazione in cui versava il Paese. 
Il 2 aprile dell’anno successivo rassegnò le sue dimissioni e, per due anni, sparì dalla vita politica. Kieu Samphân divenne il nuovo capo di Stato ed il successivo 13 maggio fu costituito il Governo dei khmer rossi; Pol Pot detenne, da quel momento, tutto il potere decisionale dell’esecutivo.

Nonostante la grave situazione alimentare in cui versava il Paese, le regole imposte da Pol Pot si fecero sempre più dure. Ciò che aveva aiutato molti cambogiani ad evitare di morire di fame fu messo al bando; andare alla ricerca di cibo per se stessi non era più ammesso, così come cacciare, o pescare: ciò avrebbe rappresentato una chiara propensione all’individualismo. 
Furono istituite in ogni cooperativa agricola (che assumevano dimensioni sempre maggiori al fine di poter essere più facilmente controllate) cucine collettive con cuochi di comunità che si occupavano di preparare pasti per l’intera collettività. In tal modo nessuno avrebbe potuto avere più degli altri. Le derrate, che già scarseggiavano per la bassa produzione agricola ed in particolare del riso, divennero, così, preda di cuochi e capi villaggio. 
Proprio i capi villaggio, per non denunciare al Comitato centrale la propria inefficienza produttiva, temendo ritorsioni, inviavano a Phnom Penh ingenti quantitativi di derrate, piuttosto che soddisfare il bisogno alimentare della comunità. Gli effetti furono devastanti.

Le stesse risorse intellettuali che avrebbero potuto aiutare la nazione furono o sistematicamente eliminate da quadri khmer rossi, particolarmente zelanti nel portare avanti la politica di purificazione della nazione, o sistematicamente sprecate: «medici, insegnanti, avvocati, meccanici piloti di linea, elettricisti, marinai mercantili, perfino gli operai delle fabbriche […] finirono per lavorare nelle cooperative agricole, almeno quelli che sopravvissero» . Gli ospedali furono chiusi e le cure dei malati affidate a personale non qualificato che utilizzava improbabili terapie legate alla medicina tradizionale o di pura invenzione. La scuola primaria versava in condizioni analoghe e quella secondaria non fu mai attivata. I monaci buddisti furono scomunicati e la maggior parte furono vittime di esecuzioni sommarie.

Diversi fattori fecero precipitare il Paese in una situazione drammatica: l’indottrinamento sistematico, la collettivizzazione di tutto, la riduzione dell’individuo a parte dell’Angkar - l’organizzazione rivoluzionaria giusta e illuminata - l’abolizione della moneta, l’impossibilità di decidere della propria vita, la cui sorte dipendeva dagli umori dei quadri khmer rossi e dei capi villaggio.

Le prime manifestazioni di dissenso si percepirono fin dal febbraio del 1976. Tale dissenso stava prendendo forma sia all’interno della popolazione, che si sentiva tradita dall’Angkar, sia in alcuni quadri khmer rossi di alcune zone del Paese, che sempre meno condividevano alcune scelte strategiche.

Mentre la popolazione era facilmente tenuta sotto controllo dal regime, i quadri khmer che si opponevano alle scelte di Pol Pot rappresentavano un vero e proprio problema cha andava affrontato da subito e con la massima durezza.

Nel maggio del 1976 iniziarono le epurazioni all’interno di membri del Comitato centrale. Fu la confessione di uno di questi, che coinvolse altri funzionari e quadri della zona est, a segnare un vero e proprio spartiacque nella politica interna al Comitato centrale stesso.

Nello stesso anno, a Phnom Penh, fu insediato presso la scuola secondaria in disuso Tuol Sleng, ribattezzata S-21, il carcere di massima sicurezza destinato ai traditori della causa rivoluzionaria. Da quel momento il clima di sospetto regnò sovrano nella mente di Pol Pot e non lo abbandonò più. La fobia che dietro chiunque si potesse celare un traditore innescò un sistema di epurazioni che si protrasse fino alla caduta del regime.

Sul piano internazionale, i rapporti con il Vietnam divennero sempre più tesi. Quelle che da subito sembravano essere scaramucce per la rivendicazione dei confini tra le due nazioni degenerarono in un aperto scontro militare. 
Nello scenario degli equilibri internazionali e della guerra fredda la Cambogia ottenne l’appoggio diplomatico della Cina (che proprio in quel momento stava intensificando il rapporto con gli Stati Uniti in chiave anti-sovietica), mentre il Vietnam continuava a gravitare nell’orbita dell’Unione Sovietica.

Nessuna delle grandi potenze internazionali voleva però essere coinvolta in un conflitto aperto, per cui né Pechino né Mosca inviarono le proprie truppe sul terreno. La potenza bellica vietnamita era enormemente superiore a quella cambogiana e gli esiti della guerra apparvero da subito scontati. 
A dimostrazione dell’inefficienza del regime anche sul piano militare, la sola strategia attuabile dall’esercito della Kampuchea democratica (quella della guerriglia mordi e fuggi contro un esercito più forte) non fu attuata, nonostante il consiglio cinese andasse in questa direzione.

Le truppe vietnamite, appoggiate dai nuovi ribelli cambogiani (che nel settembre del 1978 avevano fondato in territorio vietnamita il FUNKSN – Fronte Unito Nazionale Khmer per la Salvezza Nazionale) entrarono in una deserta Phnom Penh il 7 gennaio 1979 senza che l’esercito cambogiano opponesse alcuna resistenza. Il Comitato centrale dei khmer rossi e Pol Pot avevano abbandonato Phnom Penh qualche giorno prima per tornare a darsi alla macchia, da dove erano arrivati tre anni, otto mesi e venti giorni prima. La stessa sorte toccò al principe Sihanouk che, con i consiglieri militari di Pechino, trovò nuovamente rifugio in Cina.

Decisa a proseguire una politica anti-vietnamita, la Cina confermò il suo appoggio ai khmer rossi. I vietnamiti ed i ribelli khmer diedero vita ad un nuovo governo con a capo Heng Samrin «composto da un’accozzaglia di sopravvissuti da tutti i massacri; una sorta di mostro politico che i vietnamiti hanno messo assieme tenendolo a battesimo con chi era disponibile. Senza i vietnamiti si sfalderebbe nel giro di un giorno» .

Migliaia di profughi cambogiani si riversarono oltre il confine con la Thailandia che, solo dopo essere stata rassicurata dall’Unicef e dalla Croce Rossa Internazionale, accolse nei campi profughi oltre mezzo milione di cambogiani che fuggivano dalla fame e da un Paese ancora lontano dalla pacificazione.

Nel novembre del 1979 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decise di accogliere la delegazione della Kampuchea Democratica, escludendo il governo di Phnom Penh appoggiato dai vietnamiti.

I khmer rossi si stavano intanto riorganizzando sia sul piano politico che su quello militare. La necessità di riconquistare una credibilità internazionale diede l’input definito ad una vera svolta politica, confermata dalla dichiarazione di Kieu Samphân che la rivoluzione socialista sera stata abbandonata ed il PCK sciolto. «Fu il primo e unico Partito della storia del Comunismo internazionale a porre fine alla propria esistenza

Il principe Sihanouk accettò nel febbraio del 1981 di essere a capo del governo dei khmer rossi e propose una coalizione tripartita composta dai khmer rossi, da un gruppo di resistenza non comunista e dal Fronte Unito Nazionale per una Cambogia Indipendente, Neutrale, Pacifica e Cooperatrice (FUNCINPEC), movimento da lui stesso creato.

I khmer rossi continueranno per anni a condurre azioni di guerriglia contro gli occupanti vietnamiti.

Tra il 1987 ed il settembre 1989 si realizzò il disimpegno militare vietnamita in Cambogia.

Nel 1989 le Nazioni Unite intervennero per far cessare in modo definitivo il conflitto tra Cambogia e Vietnam che non si era mai interrotto da quel 7 gennaio del 1979 quando le truppe regolari vietnamite erano entrate a Phnom Penh. La svolta, più che dalle pressioni esercitate nel decennio ‘79 – ‘89 dalle stesse Nazioni Unite, fu determinata dal nuovo scenario geopolitico mondiale: l’imminente caduta del muro di Berlino e il mondo socialista in ritirata fecero mutare gli interessi internazionali sulla Cambogia.

La ritirata dei vietnamiti, che era da tutti considerata fondamentale per la cessazione del conflitto in Cambogia, non fece cessare completamente i conflitti all’interno del Paese: i khmer rossi, i guerriglieri repubblicani e le forze monarchiche continuarono a combattere in nome della liberazione della nazione. Il Governo di Heng Samrin con a capo il nuovo primo ministro Hun Sen continuava ad essere un governo non riconosciuto né sul piano interno, né su quello internazionale. Nel 1991 i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite decisero la creazione di un organo provvisorio di coalizione – il Consiglio Nazionale Supremo – in cui fossero rappresentate tutte e quattro le fazioni. Il Consiglio avrebbe dovuto organizzare libere elezioni sotto l’egida dell’Untac (Autorità temporanea delle Nazioni Unite in Cambogia). Il 26 giugno la riunione tra le quattro parti, tenutasi a Pattaya in Thailandaia, concordò l’insediamento a Phnom Penh del Consiglio Nazionale Supremo, approvò un armistizio a tempo indeterminato e la fine degli aiuti militari ricevuti dall’estero.

Hun Sen dimostrò, nonostante la sua giovane età, di essere un fine stratega politico. L’accordo garantiva al suo Governo il pieno controllo della parte organizzativa delle elezioni che si sarebbero tenute sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Il 23 ottobre del 1991 venne firmato a Parigi l’"Accordo sulla composizione politica del conflitto cambogiani" .

Tre settimane dopo, il principe Sihanouk fece di nuovo ritorno in forma trionfale a Phnom Penh, prendendo definitivamente le distanze dai khmer rossi. In una conferenza stampa dichiarò che Hun Sen era per lui come un figlio. «Poi appoggiò la richiesta dello Stato della Cambogia di essere considerato governo de facto della nazione e propose un’alleanza fra il FUNCINPEC, diretto da suo figlio, principe Ranariddh e il PRPK (Partito Popolare Rivoluzionario della Kampuchea) di Hun Sen, ribattezzato PPC (Partito Popolare Cambogiano), il quale, come il movimento di Pol, sosteneva di essere divenuto un acceso sostenitore del pluralismo, della democrazia liberale e del mercato.» . Tale comportamento creò un clima di tensione che avrebbe potuto minare le basi su cui poggiava l’armistizio. I khmer rossi da una parte organizzarono sporadici massacri della popolazione vietnamita in Cambogia ed Hun Sen continuò la su politica repressiva nei confronti degli oppositori.

Nel 1993 Sihanouk, contrariato da quanto stava accadendo nella propria nazione, trovò nuovamante rifugio a Pechino, inveendo sia contro le Nazioni Unite – considerate incapaci di garantire la pace – sia contro il governo di Phnom Penh e quel primo ministro che aveva considerato come un figlio.

Nel giugno del 1993 si tennero le tanto attese elezioni e, con sorpresa di tutti, compresi gli osservatori internazionali, il FUNCINPEC del principe Ranariddh ottenne la maggioranza dei seggi: 58 contro i 51 del PPC di Hun Sen. Questi non riconobbe la validità del voto e Sihanouk fu chiamamto ancora una volta ad uno dei suoi tanti funambolismi politici per dirimere la questione: Ranariddh ed Hun Sen furono eletti entrambi primo ministro così come ogni ministero sarebbe stato retto da due ministri. La monarchia fu restaurata e Sihanouk divenne di nuovo il Re della Cambogia.

Il nuovo governo tentò di eliminare definitivamente il movimento dei khmer rossi con la forza ma non ne fu capace né volle sostenere un impegno militare dall’esito incerto.

Dopo molti anni per la prima volta il movimento dei khmer rossi fu messo al bando. Questa volta, non solo i dirigenti, ma l’intero movimento fu costretto a darsi nuovamente alla macchia.

L’11 giugno del 1997 lo stesso Pol Pot fu dichiarato dal resto dei dirigenti del movimento un traditore.

Nonostante i numerosi tentativi dei khmer rossi di riorganizzarsi sul piano politico e militare il movimento era di fatto morto.

Il 5 luglio 1997 Hun Sen inscenò un colpo di stato militare ed ordinò di giustiziare decine di esponenti del FUNCINPEC. Fu la triste conclusione degli accordi di pace di Parigi e dell’esperienza dell’ Untac in Cambogia

Le nuove elezioni indette nel 1998 vennero vinte dal PCC e venne formato un nuovo governo di unità nazionale. Lo stesso anno Pol Pot, da tempo gravemente malato, morì. Gli ultimi leader dei khmer rossi si arressero ed ottennero la grazia da parte del re Norodom Sihanouk.

Nel 2001, su proposta delle Nazioni Unite, il governo cambogiano approva la legge per l’istituzione dell’Eccc (Extarordinay Chambers in the Court of Cambodia), una coorte internazionale speciale per giudicare i crimini compiuti dai khmer rossi nel periodo della Kampuchea Democratica, firmata il 10 di agosto dal re Norodom Sihanouk .

Il 4 maggio del 2006 il ministro di Giustizia cambogiano annunciò che il Consiglio supremo dei magistrati approvò una giuria mista per l’Eccc che avrebbe presisduto il tribunale per i crimini di genocidio dei khmer rossi .

Il 19 settembre del 2007 il fratello n.2 Nuom Chea fu arrestato dalla polizia cambogiana e nel breve volgere di qualche mese anche altri gerarchi furono incarcerati per essere giudicati dall’Eccc.