Da quasi quarant' anni la Colombia è sconvolta da una sanguinosa guerra civile tra governo, paramilitari e gruppi ribelli.
All'origine di questo conflitto che ormai stima i trecentomila morti, vi sono le enormi disparità sociali, i problemi legati al narcotraffico e al contrabbando, l’inaudita frequenza dei sequestri di persona utilizzati come forme di autofinanziamento dai vari gruppi e dalla delinquenza comune.
Protagonisti dello scontro sono le milizie ribelli di ispirazione marxista, l’ organizzazioni paramilitari di estrema destra e l’esercito governativo.
Tutti i gruppi coinvolti violano abitualmente i diritti umani della popolazione civile.
Quasi settimanalmente si verificano massacri che coinvolgono intere comunità. Molte persone sono costrette ad abbandonare le proprie case alla ricerca di luoghi sicuri, al riparo dagli assalti armati e dall’arruolamento forzato. Il sequestro e le sparizioni sono fenomeni comuni.
Le vittime civili si contano a migliaia ogni anno, così come i rapimenti o le mutilazioni provocate dalle mine antiuomo ampiamente diffuse sul territorio. Purtroppo a causa di questa situazione di stallo il numero delle vittime continua a crescere di giorno in giorno.
Un cambiamento dall’interno della società è altresì reso estremamente arduo dalla repressione e dalla violenza imposta da Stato e paramilitari e da molti fronti dei ribelli; inoltre, la carenza di una mediazione da parte della Comunità Internazionale, più volte annunciata ma solo di rado messa in pratica, complica notevolmente il lavoro del sistema giudiziario, delle istituzioni oltre che delle varie Organizzazioni Non Governative locali e internazionali.
Nonostante la propaganda governativa affermi il contrario, parlare di democrazia in Colombia è praticamente impossibile.
Il tasso di corruzione che affligge il sistema amministrativo raggiunge livelli scandalosi, così come il suo grado di connessione col paramilitarismo e col narcotraffico.
I giornali in Colombia sono in mano alle oligarchie di potere filo-governative.
I guerriglieri si servono di metodi alternativi per diffondere i propri comunicati stampa e le proprie versioni dei fatti.
Per contro, FARC e ELN non offrono un’adeguata alternativa al governo, anche perché, dopo quasi quaranta anni di guerra, la loro struttura resta quasi unicamente improntata sull’ambito militare, senza un piano politico soddisfacente.
Dopo il Congo e il Sudan, la Colombia è terza nella tragica classifica mondiale degli sfollati con un totale di due milioni e trecentomila persone, secondo le cifre riportate dall’ufficio ONU per la coordinazione degli affari umanitari OCHA.
Solo negli ultimi due anni un milione di persone ha dovuto abbandonare le proprie case, rifugiandosi in località interne del Paese, in particolare in zone periferiche delle grandi città, e oltre le frontiere, principalmente in Venezuela, Ecuador e Panama, il che purtroppo non offre la completa sicurezza, a causa del proliferare dei gruppi armati colombiani anche in questi Stati.
Nella guerra colombiana, paramilitari e guerriglieri attaccano sistematicamente le popolazioni civili presunte colpevoli di simpatizzare con un gruppo piuttosto che con un altro.
Gravi violazioni si consumano anche ai danni delle comunità indigene che, nonostante abbiano espressamente richiesto di non essere coinvolte nella guerra, subiscono assassini, stragi, deportazioni e arruolamenti forzati, talvolta anche ad opera delle multinazionali del petrolio.
Le minoranze etniche, afro-colombiani e indios-colombiani, sono infatti le popolazioni più duramente colpite dal conflitto.
Ad esempio, la lotta per il controllo del narcotraffico tra paramilitari delle AUC e indigeni Wayuu nel dipartimento di La Guajira ha costretto 300 famiglie ad abbandonare le proprie case, tredici le vittime e quattordici i desaparecidos secondo un comunicato dell’Organizzazione Internazionale Indigena.
La rapidissima espansione delle periferie delle città, in particolare di Bogotà, è avvenuta soprattutto negli ultimi dieci anni e il selvaggio inurbamento causato dalla fuga dalle campagne ha provocato l’incapacità da parte delle persone di costruire o ricostruire il tessuto sociale ed una trama di relazioni significative, sia a livello intrafamiliare, sia a livello interfamiliare.
I conflitti intrafamiliari costituiscono la prima causa di violenza nella periferia della capitale colombiana e questa situazione si aggrava ulteriormente nelle zone più periferiche in cui gli indicatori di povertà sono più elevati.
Nella capitale colombiana già nel 2000 sono stati registrati 24.731 casi di violenza intrafamiliare con un incremento rispetto ai dati del 1999 del venticinque per cento.
Secondo la stima dell’Istituto Colombiano de Bienestar Familiar, in Colombia ci sono circa cinquantamila bambini che trascorrono la maggior parte del tempo in strada, di cui il quaranta per cento a Bogotà.
Circa il settantacinque per cento dei bambini di strada hanno subito maltrattamenti in famiglia.
Il problema dei “bambini di strada” trova una causa importante nella difficoltà delle madri che devono sostenere tutto il peso del sostentamento familiare e nella situazione di povertà estrema della famiglia.
In questa situazione, si registrano conflitti nella relazione madre-figli causata, in gran parte, dal peso che deve sopportare la madre per le enormi difficoltà economiche, per lo stato di solitudine e d’indifferenza alla quale è soggetta e per l’assenza di un qualsiasi supporto da parte di istituzioni o di personale specializzato.
Secondo le statistiche realizzate, le aggressioni e manifestazioni di violenza intrafamiliare sono direttamente correlate, inoltre, allo stato di sfollamento che vivono le famiglie che si trasferiscono nelle periferie urbane delle grandi città.
Lo sfollamento forzato dai luoghi di origine implica per le persone adulte la perdita della casa, della terra, del lavoro, della tranquillità domestica e per il bambino l’allontanamento dalla scuola, dagli amici e da tutto il contesto di accoglienza che fa parte del suo spazio vitale di crescita.
I desplazados, gli sfollati, scappano dalle loro terre con i figli in braccio, fuggendo dal conflitto armato, dai massacri e dalle continue minacce, portando solo le poche cose necessarie alla sopravvivenza, qualche coperta, dell’acqua e i viveri necessari per il viaggio.
Nonostante abbiano vissuto gran parte della loro vita in territori controllati dalle forze armate rivoluzionarie o dai gruppi paramilitari, dove la presenza dello stato risulta molto scarsa, per loro risulta difficoltoso anche abituarsi alle nuove condizioni di vita.
Narcotraffico.
Maggiore coltivatore mondiale di coca, primo produttore di cocaina e terzo di eroina, la Colombia riesce a mantenere alto il valore dei pesos grazie anche al traffico illegale, che, oltre ad arricchire i potenti cartelli, alimenta anche il conflitto interno del Paese.
Da un lato i gruppi paramilitari delle AUC, Autodifese Unite della Colombia, dall’altro i guerriglieri marxisti del FARC, Fronte Rivoluzionario della Colombia e dell’ELN, Esercito di liberazione nazionale: tutti, in misure diverse, ammettono di servirsi del commercio illegale di coca per le proprie cause.
L’Ufficio contro la Droga delle Nazioni Unite calcola che esistano ottantamila ettari coltivati a coca. La regione è fortemente colpita da povertà e crisi alimentare, ma le risorse del governo statunitense, che in sei anni (2000-2005) ha stanziato quattromila milioni di dollari, sono utilizzate soltanto per la guerra alla droga dichiarata dal governo di Uribe.
I contadini sono vittime sia del narcotraffico, che lascia loro solo il due-tre per cento dei guadagni, sia della politica di sradicamento della coca, poiché gli aiuti previsti per chi ne abbandona la coltivazione non lenti ad arrivare e i giovani, senza lavoro né cibo, aumentano le file della guerriglia o dei desplazados.
Mine
Secondo i dati del resoconto annuale del febbraio 2006, resi pubblici dall’Osservatorio per le Mine, negli ultimi cinque anni 2.358 persone sono state colpite da questi ordigni, con una media di una persona al giorno. Le mine antiuomo e gli ordigni inesplosi sono presenti in 31 delle 32 province colombiane e, sempre più spesso, sono rinvenuti non solo in zone di combattimento, ma anche in aree agricole e campi coltivati, unico mezzo di sostentamento per interi villaggi, nei cortili delle scuole, nei pressi di fonti d’acqua e su strade di campagna.
Per l’alto rischio, gli abitanti sono costretti a lasciare tutto, a sfollare.
Si stima che le mine siano presenti su circa il 45 per cento del territorio colombiano; i comuni disseminati sono 659: 289 in più rispetto al 2000, con un’incidenza del 46 per cento; Antioquia, Meta e Norte de Santander sono le zone che hanno registrato il maggior numero di casi.
Il numero di vittime delle mine antiuomo è aumentato sensibilmente negli ultimi anni: quasi l’ottanta per cento di questi casi sono stati registrati dal 2001 ad oggi.
Nel trentasette per cento dei casi, le vittime sono civili, per la maggior parte donne e bambini; i minori di 18 anni costituiscono quasi il venti per cento.
Sono dati approssimati per difetto, poiché una volta ricoverati molti feriti sono restii a dichiarare la natura delle ferite riportate.
I campi minati sono, infatti, opera di guerriglieri e paramilitari e i feriti hanno paura di essere sospettati di collusione e il monitoraggio si complica quando a saltare in aria sono gli stessi paramilitari o guerriglieri.
Non tutti i feriti, inoltre, riescono a raggiungere un ospedale; infatti gli ordigni sono generalmente collocati nelle aree rurali, luoghi impervi e del tutto mal serviti dai quali raggiungere un centro medico significa camminare per giorni.
Ad usare le mine antiuomo, Ap o fabbricate artigianalmente, Ied, sono sia i vari gruppi guerriglieri di sinistra sia i paramilitari filo-governativi, che da almeno quindici anni vanno avanti minando ettari ed ettari di terra.
Perché sono armi poco costose, di facile reperimento, di veloce assemblaggio e molto efficaci.
E’ considerato un metodo indispensabile per difendersi durante le ritirate, per salvaguardare postazioni strategiche o per tendere imboscate al nemico.
Essendo destinate a colpire i paramilitari o i militari, il ferimento di civili è considerato un effetto collaterale non ancora così grave da spingerli a bandirle.
Le mine, infatti, sono posizionate lungo le principali vie di comunicazione, nei pressi di ponti, fonti d’acqua, coltivazioni di coca e lungo gli oleodotti.